idee, libri e televisione

Ci sono delle produzioni televisive Rai che valgono il canone di un intero anno. Una di queste è stata – per me – la serie dedicata ad Adriano Olivetti, non tanto per la qualità della produzione che non posso giudicare non essendo critica televisiva (seppure mi sia sembrata alquanto elevata), quanto piuttosto per avermi fatto venire la curiosità di approfondire la sua storia. Così ho da poco concluso la lettura della biografia di Olivetti scritta da Valerio Ochetto.

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L’immagine di industriale illuminato e visionario è nota più o meno a tutti, ma mi ha affascinato di più il suo essere editore, un Editore puro, purissimo direi.
Prima con la NEI, poi con le Edizioni di Comunità, Adriano Olivetti intraprese un’attività culturale volta a far conoscere in Italia, al maggior numero di persone e a prescindere dalla redditività dell’impresa, molti titoli, soprattutto stranieri, di argomento politico, sociologico, scientifico. Scrive Ochetto: “ … è importante qui sottolineare come l’attività editoriale sia sempre concepita da Adriano quale servizio divulgativo, secondo la sua concezione di creare una “biblioteca diffusa”, mai quale attività economica. Così al direttore Zorzi che gli consiglia di pubblicare un qualche autore che possa tirare nelle librerie, risponde che a questo bastano Mondadori ed Einaudi. Il suo intento è alternativo, quindi tirature non alte e molti omaggi, specie alle biblioteche pubbliche e agli intellettuali. I conti ogni anno vanno in rosso, anche notevolmente: nel 1950, ad esempio, il bilancio chiude con una perdita di oltre 66 milioni di lire. Una cifra considerevolissima che sarà ripianata, come sempre, dall’assegno del presidente Olivetti”.

Oltre ai libri, finanziò anche moltissime riviste e iniziative editoriali indipendenti: tra le tante l’Espresso, in cui nel 1955 profuse un capitale di 150 milioni di lire. Cederà le sue quote di maggioranza nel ’57 perché, non volendo condizionare” da proprietà” la linea editoriale d’inchiesta del settimanale, sentirà di non poter più conciliare il suo ruolo di industriale con quello di editore di una testata indipendente che pestava i piedi a molti politici e amministratori.
A ricordare gli autori che inserì nel suo catalogo – Adorno, Bobbio, Buber, Claudel, Durkheim, Einaudi, Fromm, Friedmann, Galbraith, Jaspers, Jung, Kierkegaard, Le Corbusier, Maritain, Mumford, Quaroni, Schumpeter, Weber, Weil – si ha la percezione dell’eccezionalità dell’idea di questo imprenditore comunista (nel senso etimologico e più autentico del termine), l’idea di un’impresa strumentale alla diffusione delle idee, a prescindere dal profitto.

Nell’epoca corrente dei gruppi editoriali gestiti da fondi di investimento, l’immagine di un imprenditore ingegnere che destina gran parte degli utili d’azienda per far nascere e diffondere idee, brilla per ispirazione e mi emoziona.

 

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