21 letterine o poco più

Maryanne Wolf, l’autrice del libro Proust e il calamaro, è una neuroscienziata americana, che partendo dalla preoccupazione tipicamente materna, di quanto pc e tablet possano condizionare le strutture cerebrali dei nostri figli, ha cominciato a concentrare la sua ricerca sui meccanismi cognitivi che si attivano nella lettura/scrittura, per verificare quanto questi siano in qualche modo condizionati, o addirittura distorti dalle nuove tecnologie. Tra le altre interessanti considerazioni che emergono da questo libro, ce n’è una che, seppure solamente accennata, è particolarmente suggestiva e meriterebbe approfondimento.

La scrittura può forse essere considerata come la più grande scoperta dell’uomo, in quanto ha fortemente inciso non tanto sulla diffusione della cultura (nei millenni con la progressiva alfabetizzazione delle popolazioni, questa è diventata sempre più accessibile, più “democratica”), quanto sulle stesse strutture cerebrali, modificando il pensiero stesso dell’umanità. A differenza del linguaggio o della postura eretta, la lettura non è un’abilità innata nell’uomo: ogni bambino deve acquisirla nei primi anni di vita esattamente come la acquisivano i primi uomini che la inventarono migliaia di anni fa. Il cervello di un bambino deve realizzare nel giro di qualche centinaio di giorni, i progressi cognitivi che l’umanità ha realizzato in duemila anni. E vista così l’impresa ha veramente del prodigioso!
Nell’imparare ad associare a ogni segno un suono, e a ogni raggruppamento di segni (le parole) un valore semantico, il bambino plasma le connessioni neuronali all’interno del suo cervello, in modo che queste poi man mano diventino sempre più veloci e sempre più connesse tra loro. Nel tempo chi legge molto ha più facilità quindi a decodificare ed apprendere i significati dello scritto: può farlo più velocemente e con minore sforzo, e può soprattutto con più facilità sviluppare pensieri e connessioni cerebrali originali. Può cioè evolversi intellettualmente.
La lettura, cui consegue questa crescita intellettuale, è in parte condizionata dal sistema di scrittura utilizzato. Le stesse mappe cerebrali che si creano nel cervello dipendono da questo. La scrittura nasce pittografica: a ogni disegno corrisponde una parola che indica una cosa (il disegno di una casa sta a indicare la parola casa); poi con i Sumeri diventa logografica: trasmette non il significato del vocabolo (“casa”) ma il suo suono che presso i Sumeri corrispondeva alla prima sillaba della parola. Per cui il simbolo della casa esprimeva non solo il suo significato ma anche il suo suono.
I primi lettori sumeri dovevano quindi per ogni segno risolvere una specie di rebus: è utilizzato come parola o come suono sillabico?  Il cinese moderno, che utilizza migliaia di segni, è ancora sostanzialmente così. Leggere una scrittura logografica non è, come si può immaginare, facile e per farlo si utilizzano aree cerebrali specifiche, soprattutto quelle visive necessarie per “decodificare” il segno, per risolvere il rebus in sostanza.
Ma la vera rivoluzione si ebbe con la scrittura alfabetica, la scrittura che assegnò ogni suono a un simbolo e in cui i simboli (poco più di 20 lettere a fronte di 900 caratteri cuneiformi e migliaia di geroglifici) potevano formare le parole di qualunque lingua.

Leggere, qualunque sia il sistema di scrittura utilizzato, cambia il cervello. E l’alfabeto, soprattutto quello greco, permettendo al lettore di liberarsi dall’onere dell’interpretazione di migliaia di segni o dal carico mnemonico della tradizione orale, lo ha cambiato ancora di più, stimolando l’elaborazione di pensieri nuovi, permettendo agli uomini di sviluppare il pensiero astratto. Se i Greci impararono a riconoscere i simboli a velocità quasi automatica e a comprendere con la stessa velocità il significato delle parole, poterono allora dedicare più tempo a quei processi mentali che tendono ad ampliarsi continuamente quando leggiamo e scriviamo. Il cervello che leggeva con efficienza, il cui sviluppo richiedeva anni agli scolari sumerici, accadici ed egizi, ebbe così più tempo per pensare.
E non è dunque solo una coincidenza che una delle più produttive e profonde stagioni della letteratura, dell’arte, della filosofia, del teatro e della scienza dell’intera storia dell’umanità sia stata quella che ha accompagnato la diffusione dell’alfabeto greco.

Pensate, senza quelle letterine Dostoevskij non sarebbe riuscito nemmeno a immaginare i suoi romanzi, e non avremmo avuto Platone o Marx, Dante o Galilei, né tanto meno Leopardi (anche se per mia figlia che li sta studiando a scuola non sarebbe stato un gran danno!). Non avremmo l’arte così come la concepiamo noi, i Bronzi di Riace, la Cappella Sistina e tutta l’arte moderna così terribilmente concettuale. Né la metafisica, la filosofia e la stessa fisica quantistica avrebbero avuto la possibilità di essere pensate. Nulla forse di quanto conosciamo, senza quelle letterine, sarebbe stato uguale.

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